Bologna è una città molto fredda
dinverno e molto calda in estate, ma in quel periodo di mezzo si stava bene.
Affacciato alla finestra delle scale, annoiato, annusavo il profumo
dellasfalto messo da poco nel cortile di casa mia. Una striscia, forse meno di un
metro di larghezza.
Un marciapiede che, scese le quattro rampe, a piano terra, attraversava
il cortile e finiva alla lavanderia là in basso, nella casetta di fronte.
Da una parte e dallaltra due rettangoli di erba di un colore non
ben definito, più vicino al giallo che al verde pallido.
Saliva lodore del catrame ancora morbido.Qualcuno mi aveva
assicurato che quelle molecole facevano bene alle vie respiratorie.
La mamma di un mio amico, infatti, portava il figlio più piccolo,
asmatico, sul ponte della ferrovia, perché respirasse i vapori dei getti bollenti dalle
traversine catramate, al passaggio del treno: "un toccasana", diceva, chissà se
era vero.
Pigramente, girai il viso alla mia destra, sbirciando il terrazzo del
terzo piano del palazzo di fianco, più in basso, rispetto al mio punto di vista.
Fra le sbarre metalliche era annodato a fiocco, un nastro rosso che si
agitava al vento: "Allarme! Il marito è in casa! Oggi niente sesso!"
Il pensiero del rozzo camionista, un orco, mi provocò una scarica
dadrenalina.
Durò poco.Mi si materializzò provocante nella mente, il corpo nudo di
sua moglie:
i seni, le cosce, la bocca carnosa e il sorriso ambiguo, carico di
sottintesi della prima volta.
Quando suonai alla porta, era ancora il tempo che il sesso per me, era
solo un termine che mi faceva pensare a strane cose, di cui poco si parlava. Un mistero
della morale.
Mi aprì una delle figlie, scivolai dentro, con un timido sorriso.
Posai il pacco delle riviste sul tavolo della cucina e mi appoggiai con
la schiena alla vetrina, in attesa:
<< Mamma è in bagno, >> disse Lisa, di otto o nove anni.
Di là dal tavolo, dietro la porta della parete di fronte
<< Lisa, chi è ? >>
<< E Rino. Ha portato i giornaletti! >>
<< Ah, va béne, véngo subito! Finisco di fare la doccia e
véngo. (1 ) Voi due andate pure in cortile a giocare. Av ciam
mè! >>(2 )
<< Va béne mammina! >>
Salutarono, precipitandosi per le scale, ridendo.
Il traffico delle riviste era iniziato, grazie alla complicità
innocente di mia sorella Silvana, di qualche anno più giovane di me.
Ero a letto malato. Mi portò dei fotoromanzi, con una serie di
immagini di dive semi-nude, in verità neanche tanto scandalose, che però mi colpirono
molto.
Le mandava la mamma delle sue amichette del cortile a fianco, "
pèrchè, " mi disse,
" gli éro simpatico."
Faticai a capire di chi parlasse, poi, ricordai quella signora
affacciata al terrazzo, un pomeriggio, che giù di sotto giocavo da solo a pallone.
Tiravo contro una porta immaginaria, correvo, scalciavo, sudavo.
Dai pantaloni corti, mi si vedevano le gambe sporche di polvere e le
scarpe distrutte.
In giro, non cera nessuno. Lei mi lanciò la voce:
<< Che bravo!
sei proprio un atléta! >>
Guardai in su e abbozzai un sorriso.
<< Ma lo sai che hai proprio delle belle gambine? >>
Fece una smorfia maliziosa e rientrò.
Appena in tempo.
Spuntò di corsa dalla porta del cortile, mia sorella.Impugnava la
spada di legno che mi aveva regalato il falegname del primo piano.
La spada con la quale difendevo il territorio della mia banda, contro
le invasioni di quella avversaria: la banda del " Gatto rosso."
<< Corri, ci sono quelli! Cèrcano di sgraffignare il tesoro!
>>
IL tesoro, era un sacchetto di perline e vetri colorati, nascosti in
una buca nel prato di fronte, dallaltra parte della strada.
Afferrai larma:
<< Ci sono già i nostri? >>
<< Sì tutti! Si stanno dando delle botte da orbi. >>
Non era più mia sorella, ma, mio attendente, perciò le ordinai di
prendere delle munizioni e seguirmi.
Mentre lei si chinava a raccogliere i sassi e metterli nella sacca
ottenuta con i bordi della gonna sollevata, mi precipitai in prima linea.
Attraversata di corsa la strada, giunsi al prato.
Da ambo le parti volava di tutto, cocci, immondizia e anche pericolosi
pezzi di vetro di bottiglia.
Unito al mio gruppo presi ad urlare, lanciando anchio quello che
mi capitava sotto mano:
<< Gatto rosso, sei un maiale! Gatto rosso, sei un maiale!
>>
Tutti, seguirono lesempio.
<< Gatto rosso, sei un maiale! Gatto rosso, sei un maiale!
>>
Rispose un boato! La masnada avversaria, si avventò con in testa il
Gatto rosso, su di noi.
Mulinavano legni, volavano sassi e pugni.Si scatenò un corpo a corpo
furibondo.
Con la spada tentai di difendermi dallurto, menando fendenti a
destra e a sinistra.
Mi ritrovai ad un tratto faccia a faccia con lodiato rivale: il
Gatto rosso!
Più alto di me, più tarchiato e visibilmente più robusto. I lunghi
capelli rossi gli cadevano scompigliati sugli occhi, ciò nonostante, intuì il colpo che
gli stavo sferrando e lo parò con un legno nodoso, che poi, dirottò violentemente sulla
mia testa:
Bang! Un colpo sordo!
Il cuoio capelluto si spaccò e il sangue mi sporcò il viso.
Feci appena in tempo a toccarmi la zona del disastro, che svenni.
Aprii gli occhi, la serranda era abbassata.
Mario, il figlio della lattaia e Pallino, i miei migliori amici, mi
spiavano.
Mi voltai verso di loro con un gemito.
<< Soccia che botta che hai preso. Lo sai che sei
svenuto?>>
<< Ci siamo presi una bella strizza. Sei cascato per terra come
una pera cotta!>>
<<Ti abbiamo tirato su noi, sai. Sorbole, sembri tanto
mingherlino e invece pesi un sacco. >>
<< Non è stato mica facile portarti su per le
scale
>>
Entrò mia sorella Silvana.
<< Abbiamo vinto però! Il tesoro non l hanno mica trovato
quelli là. Gli è andata buca.>>
Mi guardò con ammirazione e sentenziò orgogliosa:
<< Rino, sei stato proprio un ganzo! >>
<< Crétén dun crétén!
>>(3
) Tuonò in dialetto mia madre dalla soglia.
<< Ti propri un crétén! >> (4
)
Forse per la presenza degli amici, cercò di darsi un tono, modificando
la parlata dialettale in un Italo-Bolognese, per lei più dotto.
<< Mo son cose da fare? Bisogna proprio essere dei cretini
come tè a farsi spaccare la testa così!
E adesso come ci vai a scuola, con la
testa rotta? Eri già stupido prima, pensa mò adesso!>>
Mi si avvicinò.
<< Stai béne? Come ti sénti? Ti gira la testa?>>
<< No, mormorai.Mi fa solo un po male
>>
<< Allora cerca mo di dormire che sennò chiamo il
dottore.>>
Si rivolse gli altri.
<< Bimbi, grazie, eh? Mo adesso andate bén via!>>
Uscì per ultima la Silvana, che prima di chiudere la porta,
mindirizzò unocchiata complice, piena dammirazione.
Ero invece indolenzito. Mi ascoltavo e sentivo dentro al cranio, uno
strano ronzio.
Mi girai e mi rigirai, ogni volta con un lamento. Forse mi avevano
fasciato troppo stretto.
La benda non centrava niente. Provai a non pensarci.
Mi svegliai che fuori era buio. Dalle serrande non filtrava luce.
Chiamai:
<< mamma! >>
Come se fosse già dietro la porta, entrò.
Avevo il viso tumefatto e le guance troppo rosse. Sudavo.
Mi passò un fazzoletto sulla fronte. Avvertii che era preoccupata.
<< Adesso ti misuro la febbre
>>
Il mercurio salì a trentanove.
<< Ti porto un brodino e domattina chiamo il dottore.>>
Uscendo, la sentii borbottare sottovoce.
<< Sócmèl! (5 ) Bèn, mó le propri
un crétén!
Avevo preso la bronchite. Il dottore, mi ordinò il letto e le
medicine.
Peggioravo. La temperatura continuava ad oscillare fra i trentotto e i
quaranta.
La Silvana veniva ad asciugarmi il sudore e a passarmi una pezza
dacqua fredda sulla fronte.
Mia madre, continuava a rivolgersi a me nel suo italiano dialettale e
questo, non era rassicurante.
Qualcosa non andava. Cominciai ad avvertire un po di paura.
Mario e Pallino, tentarono di spiegarmi che erano in atto dei
cambiamenti nella banda. Faticavo a seguirli. Seppi dalla Silvana che quella sera delirai.
La mattina dopo, tornò il dottore. Diagnosi: bronco-polmonite.
Con gli occhi che mi bruciavano, fissi al soffitto, provai
incontenibile il terrore della morte.